Da qualche giorno c’è una Yamaha in sala corsi. Se passi di qua la vedi appena entri. L’ho comprata, montata da solo e ho cominciato a prendere lezioni.
Avevo otto anni, forse nove, quando qualcuno mi disse che il ritmo non ce l’avevo. Era un pomeriggio d’estate, c’erano altri bambini intorno. Chi me lo disse non se lo ricorderà: sicuramente l’avrà detto e dimenticato nel giro di mezz’ora. Per me invece è rimasto lì, sotto pelle, per trentacinque anni.
Non ci pensavo davvero. Non era un trauma, non era niente. Era solo una cosa che davo per acquisita. Ogni tanto, negli aeroporti, mi capitava di passare davanti a uno di quei pianoforti che lasciano lì a disposizione di chiunque voglia sedersi.
Mi fermavo a guardare. Mi piaceva vedere le persone che si avvicinavano, suonavano qualcosa, anche solo due accordi, e poi proseguivano per il loro gate. Mi incuriosivano. Mi attraevano. Ma il pensiero successivo era sempre lo stesso: io no.
Non fa per me. Punto.
Poi quest’anno, senza un motivo particolare, ho ordinato la tastiera. E quando mi sono seduto davanti per la prima volta, ho capito una cosa che mi ha lasciato un po’ di traverso: il ritmo c’era. Suonavo male, certo, malissimo, ma il ritmo c’era. Bastava allenarlo.
Quello che mi avevano detto quel pomeriggio non era cattivo, non era nemmeno sbagliato del tutto. Era solo un’impressione di cinque minuti, di una persona che probabilmente non mi stava nemmeno guardando davvero.
Io però l’avevo presa, conservata, e trasformata in una verità su di me.
È una cosa che mi sta succedendo spesso in questi mesi. Mi accorgo di pezzi di me che do per scontati e che non ho mai verificato.
Cose che credo di sapere sulla mia persona e che, se vado a guardarle bene, sono semplicemente cose che qualcun altro, da qualche parte, una volta mi ha detto.
E le tue, quali sono?
Un abbraccio,






