Il 10 aprile ho presentato il mio primo libro alla Libreria Tra le Righe di Conegliano. Si chiama Chi sono io? Tutto quello che credi di essere , e il giorno dopo sarebbe uscito ufficialmente — la presentazione l’avevamo voluta proprio così, una sera prima della pubblicazione, in modo che chi era lì incontrasse il libro per primo. Sapevo che sarebbe stata una serata importante, mi ero preparato, ma quello che è successo lì dentro non l’avevo previsto.
C’erano molte più persone di quante mi aspettassi. Erano in piedi vicine vicine, qualcuno è rimasto fuori dalla porta perché dentro non si entrava più, e mentre parlavo mi facevano domande una dopo l’altra. Si vedeva che non erano domande di cortesia, erano domande di persone che stavano davvero lavorando con quello che dicevo, che lo stavano collegando alla propria vita mentre lo ascoltavano. C’era una qualità di attenzione nella stanza che non avevo mai sentito così concentrata su di me.
A un certo punto, mentre rispondevo a una di queste domande, mi sono distratto per mezzo secondo e mi è passata in testa una frase che non avevo previsto: ma io non sono mai stato bravo in italiano.
A scuola ero quello che andava bene in matematica, in tecnica, nelle materie con i numeri. L’italiano era un’altra storia: un cinque striminzito al primo quadrimestre, un sei strisciato al secondo per grazia, anno dopo anno, sempre la stessa pagella. Da quei voti era nata una frase che mi sono ripetuto per anni senza mai più metterla in discussione:io non sono uno che scrive. Non è il mio terreno, non è la mia lingua, non c’è da insistere.
E adesso ero lì, davanti a una libreria piena, a parlare di un libro che avevo scritto io. Un libro che nelle prime sei settimane ha venduto più di settanta copie e che, da quel che mi hanno scritto, ha smosso davvero qualcosa nelle persone che l’hanno letto. Non era il numero che mi spiazzava. Era il fatto che il libro esistesse, fisicamente, con il mio nome sulla copertina, e che le persone lo stessero comprando, leggendo, sottolineando. Qualcosa che secondo la versione di me ragazzo non doveva poter esistere.
C’è una persona che mi ha colpito più delle altre, quella sera. Una donna è arrivata con le sue due figlie. Erano partite con largo anticipo, mi ha detto poi, ma erano rimaste imbottigliate nel traffico per più di un’ora. Sarebbe stato facilissimo girare la macchina e tornare a casa, anche perché io non sapevo nemmeno che venissero — non c’era nessun obbligo, nessuna promessa, nessun debito. Eppure erano lì.
Mentre la guardavo, ho pensato che non era venuta per me. Era venuta per qualcosa che il libro le aveva mosso dentro. Io ero stato solo il tramite, ma il movimento era suo. E che lei avesse fatto un’ora di traffico per arrivare a un libro — non a una persona famosa, non a una star, ma a un libro scritto da uno che in seconda superiore era stato bocciato — è una cosa che ancora oggi, sei settimane dopo, non so dove mettere.
Quando sono uscito dalla libreria, quella sera, non ho avuto un pensiero ordinato. Ho avuto solo una specie di stupore lento, dentro:ho fatto anche questo. Non come vanto, come constatazione di un fatto che non quadrava con l’immagine che avevo di me. La mattina dopo mi sono svegliato e dentro non era cambiato niente, sapevo solo, in modo vago, di aver fatto qualcosa la cui portata non avevo ancora capito.
Mi sa che è questa la cosa più strana di certi passaggi: non ti cambiano nel momento in cui succedono. Ti cambiano dopo, lentamente, perché una sera ti accorgi che una frase che ti dicevi da sempre non vale più, e adesso al suo posto c’è un vuoto che non sai ancora come riempire.
Io non so più dire che non sono uno che scrive. Ma non so ancora dire chi sono, adesso che quella frase non vale più.
Forse è proprio per questo che ho scritto il libro.
Un abbraccio,






